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Di
Raùl Garcia Montero
Quando si deve scrivere di arte, si
corre sempre il rischio di rimanere impigliati nella grande
rete dell' Estetica, e
cioè nella filosofia dell'arte.
Ma né i critici d'arte, né gli studiosi ci
hanno saputo dire che cos'è l'arte.
...Ma questa non è colpa degli autori citati. Il
fatto è che l'arte è, come si dice in medicina
"essenziale". Non è commensurabile, non si può
chiudere in una forma geometrica, matematica, psicologica o
psicoanalitica. L'arte assorbe, include tutte queste
dottrine e quindi include i suoi "possibili strumenti di
misura". L'arte è spirito e materia. La materia
è si commensurabile. Ma l'arte e cioè quel
mistero che da vita alla materia, resta un mistero e quindi
come tale non può essere racchiusa in una definizione
universalmente valida.
Forse possiamo decifrare il "mistero" di una singola opera
d'arte attraverso l'esame della sua architettura, attraverso
il suo cromatismo, attraverso il suo soggetto, attraverso il
modo con cui il colore è distribuito sulla tela, o
impastato sulla tavolozza. Ma questo possiamo farlo nei
confronti di una singola opera d'arte o al massimo,
attraverso l'esame dell'opera di un singolo artista. Ma
tutto questo vale su quell'opera e per quell'artista.
Forse si può determianare una dottrina sul metodo, e
questo l'estetica lo ha già fatto da lungo tempo, ma
non si può andare oltre.
Nel caso di specie si tratta di completare un'analisi di
Gabriela Bernales, pittrice, come analisi complessiva della
sua opera che nel corso di pochi anni pur mantenedo fede a
se stessa ha subito notevoli trasformazioni di carattere
formale. La trasformazione più evidente si nota
quando Gabriela è passata dal pennello alla
spatola.
Il pennello
di Gabriela scivolava sulla tela con grandi volute curve
sinusoidali, estremamente policrome, tendendo ad una pittura
astratta. Pittura che partiva sempre da un oggetto concreto
per vibrare sino ai limiti dell'astrazione. Anche nella sua
astrazione sempre policroma con prevalenza di bianchi, di
azzurri, e qualche volta di rosso. La pittura di Gabriela
era si astratta ma non informale. Quelle vaste pennellate
coloratissime che si inseguono nella tela hanno sempre un
riferimento reale; quasi che è sempre un corpo di
donna, che si annulla e si ricompone.
In quel
periodo Gabriela dipingeva nature morte con forti
riferimenti inconsci a Cèzanne.E dipingeva fiori
delicati, veri ma non reali, con un'eleganza pari ai pittori
inglesi dell'800. Poi senza saperlo quei fiori, appena
accennati si spargevano su un grande verde intenso della
tela intarsiati di gialli appena accennati, e di blu
materici pieni di colore che determinano un richiamo
inconscio di Morlotti del periodo che visse in Brianza.
Ed ancora vi
sono dipinti dolorosi, ma non rassegnati delle madri dei
"desaparecidos". Dipinti con lunghe pennellate che si
incrociano e si accavallano creando nella disperazione
un'atmosfera di speranza e di riscatto.Nella stessa
atmosfera pittorica si colloca il quadro dei bambini
prigionieri, dei bambini i cui visi sono tagliati dalla
durezza del filo spinato. E' un quadro di denuncia, ma nel
volto di quei bambini c'è disperazione ma anche
speranza. Quei bambini sanno che questa società pur
con le sue mille contraddizioni, non può
abbandonarli. Questa speranza emerge anche dall'atmosfera.
Non vi sono nel quadro nuvole scure di angoscia, che
stroncano la speranza, ma c'è una luce chiara e
dolce, quasi ad indicare a quei bambini, progionieri del
sistema, che nella coscienza degli uomini, nella coscienza
della società, c'è un grande desiderio di
libertà e riscatto.
...Con la
Bernales ci troviamo di fronte a una pittrice cha ha
riscoperto il gusto della pittura e il gusto di disegnare.
Non c'è nessun ritorno al passato, perchè nei
quadri di gabriela Bernales tutto è nuovo, tutto
è ancorato a questa nostra società, ma tutta
la sua pittura è legata a una concreta quanto
difficile speranza.
Gabriela Bernales dipinge la speranza quella libertà.
Brasilia 2/04/200
Tratto
da:"GABRIELA BERNALES: La pittura come speranza di
libertà."
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